Il
carrettiere era il re della strada: aveva per trono la
sponda del suo carro, per scettro la sua frusta e un
servo fedele, la bestia che ubbidiva ai suoi richiami.

Il
carretto e' da sempre il simbolo della Sicilia e della
sua tradizione.
Un'esplosione di colori. Nelle sponde, nelle ruote,
nella cassa, in ogni singolo pezzo che lo compone
troviamo i colori del meraviglioso SOLE Siciliano, delle
angurie di fuoco, dello zolfo, delle arance e dei
limoni, del cielo e del mare, della lava dell'Etna e dei
fichidindia.
Nel suo
complesso rappresenta una sintesi delle civiltà
mediterranee che posero piede nell'isola, il loro
concentrato: i colori Arabi, gli arabesci
Turco-Bizantini, i costumi Greci, le "cianciane", le
"frange" Spagnole.
Osservandolo da vicino sembra di guardare e di sentire
tutta la Sicilia con i panorami aspri, i suoi profumi
misteriosi, le sue lontananze.
Fin
dall'antichità, il trasporto delle merci e delle persone
avveniva per via mare mediante barche e per via di terra sul
dorso di animali da soma o per mezzo di veicoli più o meno
rudimentali. Il carro siciliano, come ogni altro strumento
di lavoro, è strettamente legato alla storia economica e
culturale dell'isola.
Dalla caduta dell'impero romano a tutto il sec. XVII, il
deterioramento e poi l'assenza di una rete viaria
percorribile con veicoli a due ruote, limitava l'uso del
carro, lasciando così ai "vurdumara", mulattieri al servizio
dei grandi proprietari terrieri, il compito del trasporto
dei prodotti per lunghi tragitti, mentre per il trasporto di
persone, per brevi tratti, si utilizzavano portantine e
lettighe, trainate per mezzo di stanghe, da uomini o da muli
e dal sec. XVII, le carrozze trainate da cavalli.
La più antica forma di
carro in Sicilia è lo "stràscinu" o stràula, un primitivo
carro senza ruote, una specie di slitta, che ancora oggi
viene adoperato per il trasporto dei covoni di grano nelle
zone dell'interno dell'isola; ma la ruota era conosciuta fin
dai tempi più antichi, come dimostrano i profondi solchi
delle carraie classiche, esistenti ad Agrigento presso il
tempio di Èrcole e che sono stati cantati da S. Quasimodo
nella sua lirica "Strada di Agrigentum". Dantofilo da Enna (II
sec. a.c.) attraversò la Sicilia su bassi carri a quattro
ruote, " il carramattu " ottocentesco, adoperato per
trasportare mosti e vini in botte.
La storia del carretto siciliano risale ai primi
dell'ottocento, infatti, fino al '700, lo scarso sviluppo
delle strade nell'isola aveva limitati i trasporti al dorso
degli animali. Antonio Daneu (critico d'arte palermitano),
in un suo saggio, osserva che i viaggiatori della Sicilia
del '700 non hanno mai accennato al carretto siciliano
perché il carretto siciliano non esisteva e non esisteva
perché non c'erano le strade e tutti i commerci e i
trasporti nell'isola avvenivano via mare. E' solo nel 1778
che il Parlamento siciliano approvò uno speciale
stanziamento di 24.000 scudi per la costruzione di strade in
Sicilia. Il governo borbonico nel 1830 si preoccupò di
aprire strade di grande comunicazione, le cosiddette "regie
trazzere", non tanto per motivi economici, quanto per
ragioni militari. La prima di queste "regie tazzere" fu la"
regia strada Palermo-Messina montagne" che passava per Enna
(allora Castrogiovanni) e arrivava a Catania. Erano strade
fatte da grossi sentieri a fondo naturale, con salite
ripidissime e curve a gomito, soggette a frane e piene di
fossi; fu per questi percorsi che fu creato il carretto
siciliano, con ruote molto alte, per potere superare gli
ostacoli delle "trazzere".
La prima descrizione del carretto siciliano risale al 1833,
nel resoconto del viaggio fatto in Sicilia dal letterato
francese Jean Baptiste Gonzalve de Nervo (1840-1897) che
rimase in Sicilia un mese per raccogliere materiale per il
suo libro di viaggio. Egli è il primo viaggiatore che
racconti di aver visto sulle strade siciliane dei carretti,
le cui fiancate recavano l'immagine della Vergine o di
qualche santo, derivata dalla pittura su vetro, molto
popolare a quei tempi in Sicilia. Così dice: " Specie di
piccoli carri, montati su un asse di legno molto alto; sono
quasi tutti dipinti in blu, con l'immagine della Vergine o
di qualche santo sui pannelli delle fiancate e il loro
cavallo coperto da una bardatura, ornata di placche di cuoio
e di chiodi dorati", porta sulla testa un pennacchio di
colore giallo e rosso". I colori giallo e rosso sono i
colori della Sicilia.
Un'altra descrizione è quella del geografo francese Eliseo
Reclus, venuto in Sicilia nel 1865 per osservare l'eruzione
dell'Etna: "A Catania, i carretti e le carrettelle non sono
come in Francia, semplici tavole messe insieme, ma sono
anche lavori d'arte. La cassa del veicolo posa sopra un'asse
di ferro lavorato, che si curva e si ritorce in graziosi
arabeschi. Ciascuna delle pareti esteme del carretto è
divisa in due scompartimenti che formano due quadri. Il
giallo oro, il rosso vivo ed altri colori dominano in questi
quadri. Per la maggior parte sono scene religiose, ora la
storia di Gesù o quella di sua madre, ora quelle dei Patroni
più venerati in Sicilia, come San Giovanni Battista, Santa
Rosalia o Sant'Agata.....".
Quando Guy de Maupassant, scrittore francese, nella
Primavera del 1885, sbarcò a Palermo, la prima cosa che lo
colpi fu proprio un carretto siciliano e lo definisce " un
rebus che cammina " per il valore degli elementi decorativi.
" Tali carretti, piccole scatole quadrate, appollaiate molto
in alto su ruote gialle, sono decorati con pitture semplici
e curiose, che rappresentano fatti storici, avventure di
ogni tipo, incontri di sovrani, ma prevalentemente le
battaglie di Napoleone I e delle crociate; perfino i raggi
delle ruote sono lavorati. Il cavallo che li trascina porta
un pennacchio sulla testa e un altro a metà della
schiena....Quei veicoli dipinti, buffi e diversi tra loro,
percorrono le strade, attirano l'occhio e la mente e vanno
in come dei rebus che viene sempre la voglia di risolvere".
Molti critici isolani hanno descritto il carretto siciliano,
da G. Pitrè a G. Cocchiara, da Enzo Maganuco ad A. Buttitta.
Fonte: PalermoWeb
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