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Armistizio di Cassibile

Verso la firma

 

Fu a Lisbona che si decise di agire e fu qui che venne inviato il generale Giuseppe Castellano, per prendere contatti con le armate avversarie. Vennero inviati in Portogallo (o vi si presentarono per loro conto), separatamente fra loro, anche altri due generali, ufficialmente latori delle stesse aperture; gli alleati, sconcertati, faticarono a comprendere quale dovesse essere il loro interlocutore e misero a confronto i tre generali, i quali si abbandonarono ad una singolare lunga contesa circa le rispettivamente pretese superiorità di grado. Identificato nel Castellano il "vero" inviato, l'ambasciatore inglese Ronald Campbell ed i due generali inviati nella capitale portoghese dal generale Dwight David Eisenhower, l'americano Walter Bedell Smith e l'inglese Kenneth Strong, ascoltarono (senza ovviamente sbilanciarsi) della disponibilità di Roma alla resa.

La proposta di resa, in realtà non era considerata con grande euforia da parte alleata, in quanto le sorti della guerra erano già avviate verso una probabilmente prossima sconfitta (di cui anche Roma era da tempo convinta) delle armate italiane, e dunque la resa avrebbe sì significato un'accelerazione del decorso bellico, ma avrebbe anche limitato i vantaggi che le forze alleate avrebbero potuto ricavarne, primo fra tutti la conquista.

Da autorevoli commenti successivi, ed anche dalla vasta memorialistica prodotta nel dopo-guerra dai soggetti coinvolti (uno fra i quali era per l'appunto Eisenhower), si è dedotto che comunque fu l'incertezza nei rapporti fra le potenze alleate, e l'intento di evitare, a guerra ancora aperta, pericolose frizioni di interesse fra loro, che spinse gli alleati ad accettare di parlarne con concreta attenzione. Se l'Italia fosse stata conquistata, ad esempio, dagli americani (già in posizione di supremazia militare nell'alleanza), Inghilterra e Russia avrebbero ovviamente distinto le loro posizioni per garantirsi equilibri che ne pareggiassero la strategica acquisizione, ed avrebbero combattuto per loro conto, forse - eventualmente - anche contro gli stessi statunitensi. In più, in una eventuale spartizione, era assolutamente da evitare (secondo gli altri) che l'Italia cadesse in mano inglese, giacché Londra avrebbe potuto monopolizzare il traffico commerciale, coloniale e soprattutto petrolifero del Mediterraneo. Se ancora Yalta non era alla vista, se ne cominciava ad apprezzare la fragranza.

Accettare la resa (rinunciando a conquistare l'Italia) divenne dunque un male minore, per il quale spendere molte energie diplomatiche, anche contro la talvolta indisponente parata dei rappresentanti italiani; e tanto si fece, da parte americana e degli altri alleati.

Il 30 agosto Badoglio convocò Castellano, rientrato il 27 dalla capitale lusitana con qualche prospettiva; il generale comunicò la richiesta di un incontro in Sicilia, avanzata dagli Alleati per il tramite dell'ambasciatore inglese in Vaticano, D'Arcy Osborne. Si è congetturato che la scelta proprio di quel diplomatico non fosse stata casuale, a significare che il Vaticano, già attraverso monsignor Montini ben immerso in trattative diplomatiche per il futuro post-bellico, e sospettato dal Quirinale di aver osteggiato la pace in trattative precedenti, stavolta avallasse, o almeno non intendesse ostacolare, il perseguimento di un simile obiettivo.

 

Scelta delle condizioni

Badoglio, ritenendo per suo conto che vi fossero anche gli spazi per una trattativa nella quale contrattare e "vendere" la resa a buon prezzo, quantunque si trattasse in realtà di una supplice richiesta di cessazione delle ostilità, chiese a Castellano di farsi portavoce di alcune proposte presso gli Alleati: in particolare Castellano avrebbe dovuto insistere sul fatto che l'Italia avrebbe accettato l'armistizio solo a condizione che prima si effettuasse un massiccio sbarco alleato nella penisola. Badoglio si spinse anche a chiedere agli alleati di conoscere quali fossero i loro programmi militari, forse dimenticando, o magari sperando che non vi avessero fatto caso gli altri, che sino all'eventuale firma di un armistizio, che ancora non era stato firmato, la guerra era ancora aperta e che normalmente nessuno rivela in anticipo i propri piani agli avversari.

Tra le tante altre condizioni che furono richieste agli alleati, talune porte solo per il dovere di porne, solo quella di inviare 2.000 unità paracadutate su Roma per la difesa della Capitale fu accolta, anche perché in parte già prevista dai piani alleati (ma sarebbe stata poi snobbata dagli stessi comandi italiani).

Il 31 agosto il generale Castellano arrivò in aereo a Termini Imerese e fu quindi trasferito a Cassibile, nei pressi di Siracusa. Nello staff locale di Castellano si insinuò in qualche modo, e senza apparente ragione, né successiva spiegazione, anche un avvocato siciliano, tal Vito Guarrasi, il cui nome sarebbe poi emerso in qualche correlazione con molti altri eventi regionali successivi, senza che però se ne provasse mai alcun coinvolgimento in alcunché.

I colloqui comunque videro le parti relativamente distanti: Castellano chiese garanzie agli Alleati rispetto alla inevitabile reazione tedesca contro l'Italia alla notizia della firma dell'armistizio e, in particolare, uno sbarco alleato a nord di Roma precedente all'annuncio dell'armistizio; da parte alleata si ribatté che uno sbarco in forze e l'azione di una divisione di paracadutisti sulla capitale (un'altra richiesta su cui Castellano insistette) sarebbero stati in ogni caso contemporanei e non precedenti alla proclamazione dell'armistizio. In serata Castellano rientrò a Roma per riferire.

Il giorno successivo, con buon riguardo degli orari della burocrazia, Castellano fu in effetti comodamente ricevuto da Badoglio; all'incontro parteciparono il ministro Raffaele Guariglia e i generali Ambrosio e Carboni. Emersero posizioni non coincidenti: Guariglia e Ambrosio ritenevano che le condizioni alleate non potessero a quel punto che essere accettate; Carboni dichiarò invece che il Corpo d'armata da lui dipendente, schierato a difesa di Roma, non avrebbe potuto difendere la città dai tedeschi per mancanza di munizioni e carburante. Badoglio, che nella riunione non si pronunciò, fu ricevuto nel pomeriggio dal re Vittorio Emanuele III, che decise di accettare le condizioni dell'armistizio.

 

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